Un’arancia per due: il valore culturale della mediazione

Un’arancia per due: il valore culturale della mediazione

Un’arancia per due: il valore culturale della mediazione

Il 21 marzo sono entrate a fare parte della mediazione obbligatoria le liti condominiali e le controversie in materia di RC auto, così come disposto dal D.Lgs. 28/10. Le altre materie indicate nel decreto, per cui è già prevista l’obbligatorietà della mediazione dal 20 marzo 2011 sono: diritti reali, divisione e successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica, risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari. In tutti questi casi, prima di iniziare una causa, la mediazione diventa un passaggio obbligatorio. Proprio l’obbligatorietà ha sollevato dubbi di incostituzionalità, tanto che si attende la sentenza della Corte costituzionale, prevista per le prossime settimane.

Ma perché si parla di mediazione obbligatoria? Perché la gente non sa cos’è la mediazione e non sa come servirsene: si pone, quindi, un problema culturale. Al di là dell’intento deflattivo, volto a snellire le aule dei tribunali ed a diminuire tempi e costi delle cause, è necessario capire qual è il vero significato della parola conflitto.

In tribunale i contendenti sono “ingabbiati” nella ferrea logica del “io vinco/tu perdi” o se preferite “tu vinci/io perdo” e saranno entrambi concentrati a mettere in risalto tutti gli elementi che giustificano la propria posizione e che svalorizzano quella dell’altro. In mediazione, invece, “io vinco se tu vinci” e si focalizzano altri aspetti quali: gli interessi comuni, i bisogni che sottendono le posizioni, nuove soluzioni al problema.

Facciamo un esempio: due sorelle vogliono entrambe l’unica arancia rimasta in casa, vanno dalla nonna, le espongono il problema e la nonna decide di dare l’arancia alla sorella che l’ha presa per prima. Questa decisione provoca un furibondo litigio, tra pianti, grida, accuse e contraccuse. La nonna rimane sorpresa dalla reazione delle nipotine: tutto questo per un’arancia? Il giorno dopo si ripresenta lo stesso problema, le due sorelle non si parlano più, la nonna allora decide di fare diversamente: divide l’arancia a metà, così, pensa, entrambe saranno contente. Anche in questo caso, però non ottiene i risultati sperati. Infine, il terzo giorno, si ripresentano le due nipotine ed una sola arancia: cosa fare? La nonna riflette e chiede alle due litiganti a che cosa serve l’arancia. Una risponde che vuole farsi una spremuta, l’altra che vuole preparare delle decorazioni con la buccia. Risolto il problema, ad una la polpa, all’altra la buccia, entrambe le nipotine sono soddisfatte e decidono di andare a giocare insieme in giardino. La mediazione è andata a buon fine.

Pensiamo ai vantaggi che tale concezione ha in termini di capitale sociale: la mediazione valorizza la cultura del dialogo e del confronto per una ricomposizione pacifica delle liti, e quindi della relazione stessa. Si ribalta l’idea classica di conflitto: non più due parti l’una contro l’altra, ma due parti che si attivano per trovare una soluzione condivisa al problema. Il tutto con l’aiuto di un terzo imparziale che non ha la funzione né di giudice né di avvocato, ma appunto di mediatore.

Aprire canali di comunicazione interrotti: questo è il significato più autentico di una nuova cultura della mediazione.

L’Italia è pronta a raccogliere questa nuova sfida?

Per chi è interessato ad approfondire il tema: R. Fisher, W. Ury, L’arte del negoziato, Milano, Mondadori, 1995.

Claudio Borzatta