Sicurezza sul lavoro come onere od onore?

Sicurezza sul lavoro come onere od onore?

Sicurezza sul lavoro come onere od onore?

Sempre più spesso i media parlano di infortuni sul lavoro, di malattie professionali, di stress lavorativo. Questo anche sull’onda delle novità introdotte dal D.Lgs. 81/08, il Testo Unico per la Sicurezza sul lavoro (TUS) che ha sostituito la vecchia 626. Il TUS suscita sentimenti contrastanti tra gli addetti ai lavori, animi che si riflettono sui media, pronti a denunciare l’ultima morte bianca, così come l’ultima azienda che chiude i battenti perché non riesce a sostenere economicamente i costi degli adempimenti e le sanzioni previste dagli organi di vigilanza. Si delineano così punti di vista molto diversi: da un lato c’è un apparato burocratico-normativo-sanzonatorio visto come onere per le aziende, un dovere sancito dall’art. 2087 c.c. che impone al datore di lavoro di “tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”; dall’altro un onore riservato a pochi imprenditori filantropi che si possono permettere il lusso di spendere e spandere. C’è però una terza via, più pragmatica, che rispetta sia i valori umani sia le esigenze di bilancio. Siamo abituati a pensare che investire sulle risorse umane è un lusso che non ci si può concedere. Osservando le nostre aziende, però, ci accorgiamo che queste sono costituite da spazi fisici, arredi, tecnologie, persone. Ebbene sì, anche persone. Qualcuno nel passato ha provato a eliminare il fattore umano, riducendo le persone a semplici macchine esecutrici, e qualcuno al giorno d’oggi continua a provarci. Nonostante ciò un’impresa è costituita soprattutto da persone, e queste devono essere calcolate e valorizzate nella gestione aziendale. Uno studio di parecchi anni fa condotto in un’impresa americana ha messo in evidenza che l’interesse dei ricercatori e l’attenzione mostrata verso il gruppo di lavoro portano un aumento della produttività del gruppo stesso. Lavoratori che percepiscono di essere considerati come persone, e non solo come strumenti del lavoro, rendono di più all’azienda. Anche i numeri parlano, Health & Safety Executive britannico riporta dati che corroborano questa tesi: almeno il 50% delle assenze dal lavoro dipende dallo stress lavoro-correlato. Non ci sarebbe bisogno dei dati per capire che se una persona non sta bene sul lavoro, di conseguenza produce di meno. Per aggiungere altri dati, il costo per infortuni e malattie professionali rappresenta il 3,1% del PIL.

A fronte di ciò, cosa è stato fatto? Nel 1963 in Italia si contavano 4.600 morti l’anno sul lavoro, oggi se ne contano meno di 1000. Qualcosa quindi sembra essere stato fatto, anche se il percorso è ancora lungo. Tutto questo comporta però anche burocrazia, richiede dei costi e dei tempi e spesso è visto di cattivo occhio dai datori e anche dai lavoratori stessi. Gli imprenditori vivono il peso di una responsabilità che lo Stato affida loro (la salute e la sicurezza dei propri lavoratori), assumendo nei loro confronti un ruolo controllante e sanzionatorio; i lavoratori vivono la frustrazione e l’impotenza di tanti bei propositi che poi non hanno effetti sostanziali sulla pratica lavorativa quotidiana. Un’ultima riflessione. Un’azienda, e nel complesso il nostro sistema istituzionale, può decidere di far fronte alla maggiore competitività dei mercati internazionali abbassando i prezzi e la qualità del prodotto, mettendosi di conseguenza in un’improbabile competizione con i paesi emergenti; oppure può decidere di valorizzare il proprio know-how di competenze interno per aumentare la complessità dei processi produttivi e per migliorare la qualità dei prodotti. Promuovere la sicurezza sul lavoro, quindi, si inserisce all’interno del paradigma della complessità come opportunità per snellire i processi e quindi diminuire i costi, ma soprattutto come sfida che attende un’azienda (ed una società) che valorizza il proprio capitale umano come principale fonte di sviluppo. Questo però richiede una lungimiranza di vedute che non sempre l’azienda possiede, presa in adempimenti burocratici fini a sé stessi di cui non sempre se ne comprendono le finalità. Come aiutare in questa sfida le aziende?

Consiglio un paio di film sull’argomento:

  • “La stella che non c’è” di Gianni Amelio (2006).
  • “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì (2008).